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Al posto sbagliato, 108 bambini vittime di mafia

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Al posto sbagliato, 108 bambini vittime di mafia

Non c’è un posto sbagliato, non c’è un momento sbagliato, semplicemente perché non esiste un luogo sbagliato

Bruno Palermo
Al posto sbagliato. Storie di bambini vittime di mafia
(Rubbettino editore)

«Non c’è un posto sbagliato, non c’è un momento sbagliato, semplicemente perché non esiste un luogo sbagliato per una vittima innocente». Usa le parole di Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, i genitori di Domenico, Dodò, ferito “accidentalmente” su un campetto di calcio alla periferia di Crotone da colpi di lupara e morto a distanza di qualche mese, senza avere mai ripreso conoscenza, Bruno Palermo. Usa queste precise parole per introdurre il suo Al posto sbagliato, edito da Rubbettino, un lavoro in cui il giornalista crotonese ha raccolto e raccontato ben 108 storie di vittime innocenti della criminalità organizzata. Lo ha fatto per dare voce a quelle piccole vite di bambini e adolescenti che loro malgrado si sono ritrovati – non semplicemente o solo per “fatalità” -, a subire nella maniera più atroce le scelte degli altri, «simboli della barbarie umana, del disastro culturale che il nostro Paese ha vissuto e vive». Lo ha fatto per dare un significato alle loro morti attraverso la ricerca della verità e della giustizia, certo, ma anche per fare memoria: «Non la memoria sterile delle celebrazioni, delle targhe apposte, delle parole di circostanza, ma la memoria viva delle responsabilità e della coerenza», come afferma nella sua prefazione al libro don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera che supporta la “missione” di Palermo.
Il lavoro di ricerca di Bruno Palermo è stato infatti complesso – la biblio-video-sito-grafia è corposa – ed è voluto partire dal primo “caso” che potesse rientrare nell’ambito di Al posto sbagliato, l’uccisione della diciassettenne Emanuela Sansone a Palermo nel 1896 a conferma della falsità del cosiddetto codice d’onore criminale che vieta di toccare donne e bambini, che non è mai esistito. Perché non ne è mai esistito l’onore, in definitiva. Così come non esistono confini geografici in cui circoscrivere questi fatti: sia il profondo nord – «dove non è Calabria, ma è comunque terra di ‘ndrangheta», scrive -, sia la Sicilia, sia anche gli Stati Uniti. Sì perché nell’infinito elenco di Palermo c’è anche il caso di Nicholas Green, il ragazzino americano rimasto ucciso sulla Salerno-Reggio Calabria mentre era in auto con i suoi, in vacanza. Il suo, spiega Palermo, è stato uno spartiacque: i genitori decisero di donare gli organi del piccolo Nicholas, e quella decisione «cambiò l’Italia. Le donazioni di organi subirono una impennata eccezionale, consentendo a molti malati di riavere una vita quasi normale», trovando una sorta di senso a qualcosa che di per sé non ce l’ha.
Figli di magistrati come Simonetta Lamberti, figli di mafiosi, figli di pentiti e collaboratori di giustizia, o ancora collaboratori di giustizia loro stessi – come la straziante storia di Rita Atria -, e poi figli di imprenditori facili prede per riscatti sostanziosi, tutti convivono con grazia nelle pagine di questa sorta di «coscienza tascabile». Bruno Palermo, con il piglio del cronista che gli è proprio, riesce ad andare anche oltre quello: restituisce i sogni, le aspettative di queste giovani vite con un altro approfondito lavoro di ricerca, che lui stesso ammette, quella delle parole. Non vuote frasi di circostanza, non una semplice elencazione, ma una dignità riappropriata da Luigi, Giovanni, Graziella, Salvatore, Fabio, e tutti gli altri fino a Cocò – Nicola Campolongo, 3 anni, la sua belluina uccisione è “solo” del 2014 -, fino anche a quelli che ancora non erano nati o sono sempre stati numeri nella conta delle vittime di stragi come quella del Rapido 904 o dei Georgofili. I cognomi, importano poco in quest’ottica: Gallace, Di Matteo, Conte, Pesce, non sono e non possono essere attenuanti. Per genitori e congiunti affiliati, «come è possibile conciliare l’amore per le loro creature con l’abitudine di seminare dolore nelle vite degli altri?», si chiede e ci chiede don Ciotti. Se è infatti vero che ognuna di queste storie meriterebbe un racconto a sé, altrettanto può essere detto dell’importanza che questo piccolo volume circoli, soprattutto nelle scuole: dall’uscita di Al posto sbagliato – che vanta anche la postfazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci -, Bruno Palermo ha partecipato insieme al suo libro a presentazioni e convegni in tutta Italia, arrivando anche tra i finalisti dell’ultimo Premio Piersanti Mattarella. Ma per avere conferma della bontà del progetto, non bisogna spostarsi troppo: basta leggere Al posto sbagliato. Già il titolo la dice tutta: lì, «al posto sbagliato, al momento sbagliato – dicono ancora i genitori di Dodò -, ci sono sempre e comunque gli assassini, i mafiosi, i criminali».

Carmen Loiacono

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