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La Borto a Catanzaro e gli intoppi del mestiere

La borto a Catanzaro

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La Borto a Catanzaro e gli intoppi del mestiere

La Borto a Catanzaro, dopo tanti anni.

Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto è stato chiaro a tutti, fin da principio. Saverio La Ruina, protagonista de La Borto, in scena al Teatro Comunale di Catanzaro nell’ambito della rassegna Oscenica di Divina Mania, non è sembrato in forma già dai primi minuti dello spettacolo: pare che l’attore abbia avuto un leggero malore poco prima di andare in scena. Nulla di preoccupante, o che almeno non pareva impedirgli di iniziare e portare a termine la serata, per cui, seppure con tanto di suggeritore nascosto sul palco, La Ruina è andato in scena, nel rispetto dei tanti – pare circa 300 paganti – accorsi al Comunale per il gradito ritorno in città dell’attore e autore. Un’ora e mezza circa di monologo non sono facili già di per loro, ancora di più se densi di fitti racconti, di “cunti”. Immaginiamoci se non si è al top: è praticamente impossibile. Eppure La Ruina ci ha provato, e con umiltà da pochi, a fine serata ha riconosciuto l’errore, l’avere sottostimato la situazione, proponendo un rimborso del biglietto per chi lo avesse voluto. Intoppi del mestiere, possiamo dire, che fanno riflettere sulla centralità dell’attore, ma anche sul suo essere marionetta – citazione dotta -, nelle “mani” del testo. Sì perché il testo, de La Borto in questo caso, è molto forte già da solo: il racconto, infarcito di tanti altri, di un’anziana donna sulla sua giovinezza, sulla sua scelta di non far nascere un figlio, che a soli 28 anni sarebbe l’ottavo, sull’incomunicabilità con gli uomini, sulle mammane, sulle donne che sono sole anche quando sono insieme, sulla fisicità di una violazione necessaria il più delle volte, in una diffusa considerazione della donna come corpo, priva di una sua identità, il racconto, dicevamo, è davvero carico. E arriva comunque. Lo sa bene il pubblico catanzarese che ha compreso e apprezzato lo stesso l’impegno dell’attore e autore: un uomo che dà voce a una donna inconsapevolmente martire della indifferenza maschile, reputata una bestia solamente riproduttiva. L’aborto è infatti scritto come chi non sa neanche bene cosa sia, la borto. Eppure la voce cantilenante di La Ruina, sempre bassa, a sussurrare atrocità, in maniera sarcastica pure, in un dialetto meridionale molto stretto, in alcuni momenti difficile da capire ma comprensibile pure Oltralpe, e quella ricerca dei piccoli gesti, ripetuti con l’ossessività di cui sono capaci gli anziani – ora il sollevare un piede, ora lisciarsi la coscia -, fanno la differenza. Chi ha già visto lo spettacolo o conosce La Ruina lo sa. A Catanzaro questi elementi erano solo accennati, purtroppo.

Carmen Loiacono

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