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Review – Ryan Adams Prisoner

Recensioni

Review – Ryan Adams Prisoner

Tanto talento nell’album più amaro del rocker di Jacksonville che racconta il dramma del divorzio da Mandy Moore e la funzione catartica della musica nella solitudine

Ryan Adams
Prisoner
(Pax Americana, Blue Note)

Il prigioniero del titolo di “Prisoner”, il nuovo album di Ryan Adams, è lui stesso, prigioniero dell’amore e di molti stati d’animo. Perché sembrerà un poco così, ma in questo suo ultimo lavoro, Adams ha utilizzato la musica, unica compagna inseparabile e fidata, per la sua funzione catartica. Reduce da un turbolento divorzio – dalla collega e attrice Mandy Moore, ndr -, Adams  ha riversato tutti i malumori e gli alti e bassi possibili, confezionando un album soft rock mica male. Con uno sguardo al passato – il sound è molto anni ’80  -, il cantautore di Jacksonville ha tirato fuori dal cilindro una serie di brani buoni, come sempre del resto, con la fluidità e facilità di composizione che gli sono consuete (16 dischi da solista a soli 42 anni non sono di certo pochi).

In Prisoner, Ryan Adams sceglie spesso di accompagnare alla chitarra elettrica l’organo e le tastiere, ma anche i sassofoni, in un mix che ricorda molto Springsteen, in particolare nel brano “Haunted house”. A questi brani vanno aggiunte le ballad presenti nell’album, rese piuttosto uniformi tra loro dalla chitarra acustica. Non sarebbe una novità che Adams passi da un genere all’altro – o da un umore all’altro – anche di brano in brano, ma non c’è in realtà una tipologia se non proprio un genere musicale che possa descriverlo tutto.

Unico vero trait d’union  in Prisoner è il senso della perdita che ha la meglio in tutte le canzoni come in “Shiver and shake”: migliore traccia dell’intero album, è ingentilita dallo strimpellare della chitarra e dalle splendide tastiere, con la voce di Adams dolorante, quasi, che racconta di un amore perduto che comporta non solo un’agonia emotiva, ma anche del corpo. Sullo stesso livello è la dolente “Doomsday” che si apre come alcune delle migliori canzoni di Adams, con lo “scoppio” di una armonica appassionata.

La composizione, per Ryan Adams, è un gioco continuo fatto di sorprese, ma anche di infinito talento, pure se, in questo caso, in un momento in cui dare spazio alla propria sofferenza: già dall’apertura dell’album, “Do you still love me?”, l’autore si mette in gioco totalmente con l’utilizzo di un organo e movimenti vocali tali che la canzone sa di ballad, ma allo stesso tempo di una di quelle che ai concerti “spaccano”.  Due canzoni diverse che richiamano i motivi della rottura, sono “To be without you” e l’esplorazione intima di “Breakdown and broken anyway”.

La traccia disperata che dà il titolo all’album, “Prisoner”, deve molto agli Smiths, con Adams che canta l’amore considerandolo una prigione: malinconico, si presta facilmente alla metafora, ma musicalmente è un brano valido, in perfetto e delicato equilibrio tra acustico, chitarre elettriche e voce multi traccia.

Prisoner è un po’ il riassunto della carriera di Ryan Adams, sempre ad altissime vette – oggi non così elevate come lo sono state in passato -, ma mai davvero fulminante, a dispetto del talento da vendere.  Se Ryan Adams non gode in questo momento di grande stabilità emotiva, ha comunque portato a compimento un album ben fatto che rispetta il suo ruolo di giovane custode della musica rock tradizionale.

Carmen Loiacono

Tracklist

Do you still love me
Prisoner
Doomsday
Haunted house
Shiver and shake
To be without you
Anything I say to you now
Breakdown
Outbound train
Broken anyway
Tightrope
We disappear

Siamo un gruppo di giovani giornalisti con la passione per tutto ciò che è bellezza. Musica, arte, cinema, teatro, letteratura: è un elenco che in realtà potrebbe essere infinito.

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