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Review – “Undercurrent” Matisyahu

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Review – “Undercurrent” Matisyahu

Matisyahu
Undercurrent
(Fallen Sparks Records)

Il sesto album in studio del newyorkese Matisyahu è pazzesco. Una roba da montagne russe, un sali e scendi di emozioni fatto maledettamente bene. Realizzato nel giro di poche settimane, “Undercurrent” è stato prodotto dallo stesso Matthew Paul Miller e dalla sua band e forse proprio per questo riflette una certa libertà compositiva che in qualche caso può sembrare pure azzardata. Pare che ci siano state lunghe sessioni di improvvisazione tra i musicisti dalle quali siano stati sfornati melodie e ritmi e, solo allora, Matisyahu abbia scritto i testi. Prima la musica poi le parole. Ne sono uscite otto tracce dalla durata importante, che oscillano tra continui alti e bassi, dagli spunti vari, con piccole perle che si fanno strada solo dopo qualche attento ascolto. Sì, la prima volta Undercurrent non ha quella presa che si scatena dal secondo passaggio in poi: ha bisogno di essere capito – o voluto capire, non siamo così presuntuosi -, per poter essere apprezzato. Undercurrent segna la piena consapevolezza di Miller delle proprie capacità: ora più che mai sembra sapere dove volere andare e come. I testi già di per loro mai troppo semplici – anche da comprendere, soprattutto per chi ha provenienze culturali differenti da quelle del cantautore ebreo -, sono ancora più intimistici e riflessivi pur mantenendo parallelismi e tematiche care all’artista: Matisyahu fa riferimenti ad Abramo (Back to the old), cita Nachman (Step out into the light), e parla di emunah (Forest of faith), ma parla anche della sua vita, in una riflessione continua.
Continua come la ricerca, da parte dello spilungone di One day, che si evidenzia in tutta la sua profondità in Step out into the light: il brano che apre Undercurrent sfugge alle “regole” della canzone, arrivando a proporre il ritornello praticamente dopo due minuti e mezzo. Un’eternità. Ma è una scelta che non pesa affatto, anzi: Step out into the light – e sì che dura tanto – ha al suo interno tutto: una sezione ritmica che entra nelle vene, schitarrate sinuose, citazioni finanche di Albéniz (ok, è l’abusatissima Asturias, ma tant’è), fiati addirittura, e un ritornello che rimane a lungo. E’ “la” traccia per eccellenza.
Altro gioiellino è Back to the old, molto pop rock, quasi una power ballad, singolo con video che ha anticipato l’album. Così come Forest of faith, davvero bella. Esplora sonorità elettroniche Coming up empty, un brano letteralmente diviso in due parti: la prima con un testo vero e proprio, la seconda in cui la voce di Matisyahu diventa uno strumento alla pari degli altri, coi quali dialoga per mezzo di semplici vocalizzi in una intesa totale. E’ questo uno degli aspetti più interessanti di Undercurrent: non esiste più Matisyahu con la band alle spalle, ma la band Matisyahu. I quattro compagni di viaggio e il vocalist hanno raggiunto una sintonia tale da formare un unico corpus che, a quanto pare, se all’ascolto digitale può essere solo colto, dal vivo diventa evidente.
Succede lo stesso con Tell me: alla lirica frenetica iniziale ben presto si sostituisce un intero brano strumentale, notevole, che testimonia quell’unicuum di cui parlavamo. Questa volta però Matisyahu lascia fare i suoi compagni, per non distrarre dall’alchimia quasi, e ritorna in punta di piedi solo alla fine del brano.
BSP – Blue sky playground” è forse il momento più debole di Undercurrent: non un brutto pezzo, ma neanche eccezionale. Per questo brano, Miller ha anche chiamato a partecipare Stan Ipcus, per una delle strofe iniziali.
Prima della chiusura Miller non rinuncia a una incursione nel rock più pesante: è Head right, un tuffo al cuore, dalle atmosfere heavy, mentre il brano non lo è affatto. Non è una novità, già in passato Matisyahu aveva fatto incursioni – forse pure più sostanziose -, nel genere.
Undercurrent si chiude, in maniera ciclica, con il secondo brano più bello dell’album, Driftin’, dagli emozionanti chorus, molto belli, che adeguatamente riprendono il senso del testo, simbolo di rinascita, cauta. Matisyahu non poteva lasciare un album senza un po’ di beatbox: per i circa sette minuti restanti – il brano ne dura incredibilmente quasi 15 -, Matis riesce così a sbalordire anche chi lo conosce bene.
Una curiosità: la copertina – disegnata da Joey Bayer  – rappresenta i cinque artefici di Undercurrent schierati come dei combattenti. L’idea è piaciuta talmente tanto che ne è nato addirittura un fumetto, acquistabile online, che racconta proprio la lotta di questi guerrieri della spiritualità.
Al momento impegnato nel tour americano, Matisyahu sarà in Europa per una decina di giorni a settembre. Ovviamente – è ironico -, non toccherà l’Italia, ma per chi può e vuole, un salto a uno dei suoi concerti, converrebbe davvero farlo.

Carmen Loiacono

 

Matisyahu the band
Matisyahu, voce, beatbox
Joe Tomino, batteria
Aaron Dugan, chitarra
Stu Brooks, basso
Big Yuki, tastiere

 

Tracklist

Step out into the light
Back to the old
Coming up empty
BSP: Blue Sky Playground
Tell me
Forest of faith
Head Right
Driftin’

 

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