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Recensione – “L’amore che mi resta” di Michela Marzano

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Recensione – “L’amore che mi resta” di Michela Marzano

Un libro che fa riflettere, appassiona, coinvolge e commuove, anche sotto l’ombrellone con la consapevolezza della forza simbolica delle parole

“L’Amore che mi resta” di Michela Marzano ed. Einaudi pgg. 235 €17,50

“L’amore che mi resta” è il titolo dell’ultimo romanzo di Michela Marzano, docente di Filosofia morale all’Università Descartes di Parigi, edito da Einaudi. Un libro che sin dalla prime pagine ti cattura, ti emoziona e ti appassiona. L’autrice ti prende  per mano e ti conduce direttamente all’interno della sofferenza abissale di una madre, Daria, per il suicidio della giovane figlia Giada, che sognava di diventare scrittrice. Un gesto a cui la madre non riesce a dare un senso, un dolore inconsolabile, devastante, che non trova nel linguaggio neppure le parole per dirsi.

«In nessuna lingua – scrive l’autrice – esiste un termine per dire un genitore che ha perso un figlio (…) e se mancano le parole per nominare qualcosa è perché quel qualcosa forse non esiste nemmeno. Oppure non dovrebbe esistere. Come la morte di un figlio» o di una figlia, come nel caso di Giada. L’autrice con calore e competenza simbolica scava nella relazione madre – figlia, ne mette a nudo i nodi irrisolti, le paure taciute, le incomprensioni, la ferita che si apre in noi quando la relazione con la madre è andata male, come tra Daria e sua madre, o peggio, come tra Giada e la madre biologica.

Marzano, consapevole della forza simbolica delle parole, capovolge il significato negativo dell’abbandono in positivo e scrive: «I figli non si abbandonano, ma si lasciano. L’abbandono implica sempre qualcosa di negativo, il lasciare no, al contrario.  Si lascia ciò che non si è in grado di tenere, si lascia ciò che è talmente prezioso da meritare di meglio». Ed ecco che al centro del libro si impone, attraverso le due protagoniste, la consapevolezza della necessità vitale per una donna di riconoscere le proprie origini nella madre, pena la perdita simbolica e reale del senso di sé e della propria vita.

E’ quello che accade a Giada e a sua madre che si barrica dietro i ricordi: quando non riusciva ad avere bambini e ne voleva uno ad ogni costo, quando finalmente ha adottato quella bambina di sei mesi dagli occhi verdi, quando credeva di essere una madre perfetta e che l’amore potesse guarire ogni ferita. Ci sono ferite – ci dice l’autrice – che non guariscono, come quella di Giada che si sente – come tante donne – sradicata, senza origini e, per tutta la sua breve vita, si porterà dentro un senso di vuoto, un dolore muto, un desiderio struggente di amare ed essere amata e una paura profonda di essere abbandonata, prima o poi, da tutte le persone che ama.  Michela Marzano affronta con grande sensibilità, passionalità ed empatia la questione delle adozioni, mettendo al centro la relazione madre e figlia adottiva, madre e figlia biologica e ne scrive un libro vero, privo di retorica, profondamente umano, di una umanità in cui- ci dice –  l’amore, anche se senza “si è morti prima di morire”, da solo non basta per cicatrizzare la ferita dell’abbandono nei bambini e bambine adottati/e. Daria arriverà a conoscere veramente sua figlia solo dopo aver attraversato il deserto nel ricordo di lei e nell’incontro con tutte le persone che l’hanno amata. E’ questo l’amore che resta, “che non salva nessuno” ma che dà forza e senso alla vita di Daria. Un libro, quello di Michela Marzano, che fa riflettere, appassiona, coinvolge e commuove, anche sotto l’ombrellone.

Franca Fortunato

 

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