Teatro
Armonie d’arte, “Naufrago senza nome” apre la sezione dedicata al teatro
SOVERATO (Cz) – È stato l’Orto botanico di Soverato a fare da sfondo a “Kr70m16 – Naufrago senza nome”, il primo degli spettacoli teatrali proposti per questa edizione dal Festival Armonie d’arte. E il pubblico non è mancato.
In scena del resto c’era uno tra i più rilevanti autori e interpreti calabresi, vincitore di ben due Premi Ubu, adottato anche dalla Comedie Francaise che ha fatto una versione francese del suo più celebre titolo, “Dissonorata”. Parliamo di Saverio La Ruina, qui nelle vesti anche di regista oltre che di autore e interprete.
Con lui c’erano Dario De Luca – insieme hanno fondato la compagnia Scena Verticale che produce lo spettacolo – e Cecilia Foti. Le aspettative, visti anche i favori della critica, erano davvero alte per questo lavoro che già dal titolo lascia intuire una tematica fortemente sentita dalle nostre parti, il dramma delle morti dei naufraghi che tentano una nuova vita affrontando viaggi in condizioni disumane nel Mediterraneo e che troppo spesso rimangono numeri senza nome.
È a loro, a queste esistenze spezzate nella speranza di una vita migliore, agli affetti lasciati a casa, che non hanno neanche una bara su cui piangere, che si è indirizzata l’attenzione di La Ruina. Stimolato, forse, dal progetto del Cimitero internazionale dei Migranti di Ferramonti di Tarsia – promosso da Franco Corbelli -, che vorrebbe trovare una dimora a tutte quelle salme sconosciute, in un drammatico parallello proprio là dove era sorto l’unico campo di concentramento della Calabria, qui La Ruina ha ipotizzato un mondo altro, in fondo al mare, ma anche sulla terra, dove queste anime – dei migranti e dei deportati – si incontrano, si interrogano e fanno riflettere, soprattutto lo spettatore.
Con una scena completamente bianca, asettica, in cui solo un elemento trasparente rimanda alle onde del mare, e dove degli elementi cubici grazie a un pennarello diventano poltrone, lapidi e quant’altro, i tre personaggi si muovono, parlano tra loro, ma è nel non detto che si trova il senso di tutto. Foti è un ragazzino, 16enne appunto, annegato in una di queste traversate: incontra uno psicologo, Schwartz/ La Ruina, un uomo combattuto dai sensi di colpa, che porta con sé il peso di un altro dramma spaventoso del Novecento, altrettanto pesante e di cui ugualmente non si parla mai abbastanza.
Poi c’è il custode del cimitero/De Luca, sì perché ogni tanto viene ricordato che è là che siamo. Il meccanismo di Naufrago senza nome è semplice: lo spettatore sa, capisce chiaramente e fin dal principio di cosa si stia parlando, senza che però certe condizioni vengano palesate. Quello di “Naufrago senza nome” è un testo dalle intenzioni molto profonde e chiare che però sembrano non trovare un adeguato riscontro in scena.
Sembra mancare proprio una parte, squisitamente drammaturgica; è un’assenza che rende ostica la fruibilità da parte del pubblico: tempi molto dilatati – se è voluto, non se ne capisce il motivo -, nessun appiglio concreto che agganci l’attenzione dello spettatore, e, fa male dirlo, una recitazione a tratti sorprendentemente incerta non ha aiutato in questo. Così come non lo ha fatto la location: bellissimo, perfetto per spettacoli teatrali, l’Orto botanico soffre della sua collocazione appena sopra la movida soveratese.
Per gli spettatori è difficile compenetrarsi in un lavoro così profondo e sensibile, e allo stesso tempo è altrettanto ostico per chi è sul palco riuscire a concentrarsi, se sullo sfondo si sentono reggaeton e merengue. Un po’ un parallelo con i bagnanti caciaroni che stanno in mare, ignorando chi giace sul suo fondo, come racconta lo spettacolo.
Al di là di questo, “Naufrago senza nome”, per lo meno nella sua recita ad Armonie d’arte, ha dimostrato qualcosa che non va, interno allo spettacolo stesso: un lavoro che ha lasciato l’amaro in bocca, non pienamente alla “maniera” di Scena Verticale, o per lo meno non agli alti livelli cui ci ha da sempre abituato.

