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Dalida in tv, un film che convince a metà

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Dalida in tv, un film che convince a metà

Fu una vittima dello star system

Dalida in tv, un film che convince a metà

Fu una vittima dello star system, quando ancora nessun sapeva di cosa si trattasse. Eppure Dalida, come molti “dannati” della sua generazione, ha potuto proprio per questo godere di un’aura unica, capace di sopravvivere ai decenni, rendendola un’icona, suo malgrado. È la sensazione, anzi molto più di quella, che si ha dopo aver visto il biopic di Lisa Azuelos a lei dedicato, uscito a gennaio nei cinema francesi (la produzione è d’oltralpe), e in Italia passato sulla rete ammiraglia Rai come un tvmovie d’autore. Intendiamoci, non era una fiction nell’accezione tutta italica del termine, si trattava di un vero e proprio film, per il quale tra l’altro sono state spese cifre astronomiche, ma di sicuro la scelta di una distribuzione in 500 e passa sale francesi e addirittura in tv, a solo un mese dall’uscita, in Italia la diceva già tutta.
Per quanto un prodotto dignitoso, il film non ha saputo comunque fare breccia nel cuore dei telespettatori : sarà stata anche l’attesa alimentata dalle ospitate televisive – Sveva Alviti, la protagonista, è stata pure all’ultimo Sanremo -, aumentando il divario tra aspettative ed esito, o per la troppa carne al fuoco che rendeva difficile riuscire a raccontare in poco meno di due ore trent’anni di intensa carriera di questo mito della canzone europea, ma niente, qualcosa non è andato. Di sicuro infelice è stato il doppiaggio, soprattutto per la protagonista – attrice ai primi passi, il doppiaggio è da esperti -, e anche il playback, dramma assoluto: opportuna la scelta di non “rifare” le canzoni, pietre miliari nell’immaginario collettivo, una maggiore sincronia tra interpreti e brani sarebbe stata più gradita e soprattutto credibile.
Girato tra Francia, Marocco e Italia, il film voleva raccontare la vita di Dalida, ripercorrendone i momenti più significativi fino al suicidio avvenuto nel 1987. Per farlo Azuelos si è anche fatta affiancare dal fratello di Dalida, Bruno – nel film aveva il volto di Riccardo Scamarcio -, meglio noto con il nome d’arte Orlando, in omaggio al loro fratello più grande, e per questo ha perso se mai già l’avesse avuta, anche un minimo di obiettività. Di Dalida ci è stato raccontato tanto e nulla: molto è stato creato ad hoc per creare ancora più magia intorno al suo personaggio – la stessa relazione con Luigi Tenco (nel film Alessandro Borghi) non fu mai confermata e anzi si ritiene sia stata una montatura bella e buona che nel film è data come certezza -, ma a restare palese nel fiume di parole e fatti, raccontati sempre dal punto di vista di qualcuno, “altro”, è la fragilità di una donna sola seppure circondata da tanti.
Il dramma di questa Britney Spears ante litteram, fu proprio l’essere circondata da idioti, dagli “amori” ai contatti lavorativi, tutti con la presunzione di decidere loro della sua vita. E questo per lo meno, forse inconsapevolmente, il lavoro di Lisa Azuelos lo mette bene in chiaro. La scelta di ciò che dovesse “passare” o meno al grande pubblico, ha influito anche nella decisione di non aver neanche accennato, pure questa volta ma come sempre in passato, alla terra d’origine di Dalida. Iolanda Gigliotti, questo il suo vero nome, era figlia di due calabresi di Serrastretta, in provincia di Catanzaro. Vero, nacque alla periferia del Cairo, ma il sangue era italiano. Di recente il consigliere regionale Wanda Ferro, già presidente della Provincia di Catanzaro, quindi ben a conoscenza delle origini di Dalida, ha lamentato la totale indifferenza nei confronti di questo film soprattutto dalle nostre parti, sostenendo come un’occasione simile possa trasformarsi in momento di ritorno d’immagine per il territorio. Siamo assolutamente d’accordo con lei, è così che andrebbero fatte le cose, ma era un discorso che avrebbe avuto ragione d’essere se fatto prima dell’ultimazione del film, per essere almeno sicuri che la Calabria fosse almeno accennata.

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