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Recensione – “Per troppa vita che ho nel sangue” di Graziella Bernabò

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Recensione – “Per troppa vita che ho nel sangue” di Graziella Bernabò

La figura dell’intellettuale milanese Antonia Pozzi, morta suicida nel 1938, sottovalutata in vita e riscoperta nel 1945 da Montale

“Per troppa vita che ho nel sangue” di Graziella Bernabò  
Ed. Ancora pgg. 340 € 24,00

Antonia Pozzi, intellettuale milanese morta suicida nel 1938 all’età di 26 anni, sottovalutata in vita nel suo ambiente culturale, fu apprezzata, in modo generico, negli anni Trenta, dopo la pubblicazione da parte del padre di alcune sue liriche nella raccolta “Parole”. Riscoperta nel 1945 da Montale, oggi sta conoscendo una nuova fortuna: le tesi di laurea, gli articoli, i saggi su di lei, le traduzioni delle sue poesie e i film sulla sua vita, si moltiplicano. Di lei e del suo dramma esistenziale, da cui scaturì la sua poesia, parla il libro di Graziella Bernabò “Per troppa vita che ho nel sangue”, titolo ripreso da una sua lirica. Una biografia accurata, fatta di testimonianze di chi la conobbe e la frequentò, di passi del suo  diario e delle sue lettere, anche se rimaneggiate dal padre, e delle sue poesie. Pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, l’autrice conduce chi legge all’incontro con la poetessa. L’immagine che ne viene fuori è di una giovane insieme timida e ardente, insicura e passionale, molto intelligente e creativa, molto sensibile, che cercò nella sua vita, tra mille difficoltà e incomprensioni, una vera libertà per sé, a partire «dal di dentro» (per usare un’espressione a lei cara) per andare oltre quell’emancipazione che gli uomini della sua vita, in modo contraddittorio, le concedevano. Antonia non amava  i salotti della Milano “bene”, li trovava superficiali e artificiali  e visse sempre con disagio e quasi con un senso di colpa l’ appartenenza alla sua classe sociale. Alla vita mondana milanese preferiva l’ambiente culturale universitario e il contatto con la natura della pianura lombarda e delle montagne, che la “salvarono” in tanti momenti della sua vita. Viaggiò molto, ma appena poteva, tornava nella sua Pasturo, un minuscolo paesino della Valsassina. Qui la sua casa c’è ancora. E’ di proprietà delle Suore del Preziosissimo Sangue. Due stanze restano adibite all’Archivio Pozzi, curato da suor Onorina Dino, che custodisce con scrupolosa fedeltà le memorie di Antonia. Il suo studio è come lei lo ha lasciato. Poco lontano da casa Pozzi c’è un piccolo cimitero. Qui Antonia riposa dal dicembre 1938, ai piedi delle amate montagne, com’era nei suoi desideri. Una vita tormentata, quella di Antonia, che Bernabò  ripercorre con rispetto e amore. Il suo non fu solo un dramma personale, fatto di amori negati, desideri e aspettative deluse, ma investì anche la cultura e la sua poesia. Fare dipendere la sua decisione finale semplicemente da una delusione amorosa – come scrive l’autrice –  significherebbe non capire la complessità e la profondità del suo dramma. Antonia avrebbe potuto trovare l’affermazione di sé in quanto donna, e “salvarsi”, solo attraverso la sua poesia, che per lei divenne la principale ragione di vita.  Ma questo non si verificò. L’assoluta sottovalutazione da parte dei suoi amici intellettuali del gruppo di Antonio Banfi, fu un colpo molto duro, inferto alla sua natura sensibilissima. I giudizi negativi sulle sue liriche la portarono a vivere la sua vocazione poetica con una sorta di senso di colpa, si sentiva quasi delegittimata nel coltivarla, anche se, per fortuna, non riusciva a rinunciarvi. Negli ultimi anni della sua breve vita si aprì, grazie all’amicizia con Dino Formaggio, alla realtà storica e sociale del suo tempo. Entrò con lui nei sobborghi popolari, percepì «le discriminazioni sociali di un’epoca che pretendeva di essere trionfalistica, fornendo della società italiana un’immagine edulcorata, funzionale alla propaganda di regime, ma che nascondeva terribili aspetti di miseria e di degrado».  Molti dei suoi amici erano antifascisti, ebrei e socialisti e lei, figlia di un potestà fascista, visse con un senso di colpa la loro forzata partenza dall’Italia. Nessuna vigliaccheria in Antonia nella sua decisione finale. Lei lottò quanto poté, tentò di ricostruirsi e solo quando le si opposero tutte le circostanze esterne, compresa la “crudele oppressione” dell’epoca in cui si era trovata a vivere, decise di andarsene. E’ questo il messaggio finale del libro, che si legge con grande coinvolgimento emotivo.

Franca Fortunato

Siamo un gruppo di giovani giornalisti con la passione per tutto ciò che è bellezza. Musica, arte, cinema, teatro, letteratura: è un elenco che in realtà potrebbe essere infinito.

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