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Review – Spirit, il ritorno dei Depeche Mode e la lotta per un mondo migliore

Spirit - Depeche Mode

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Review – Spirit, il ritorno dei Depeche Mode e la lotta per un mondo migliore

Non c’è niente di nuovo nell’ultimo album dei Depeche Mode. Testi che vorrebbero la rivoluzione, la musica che vorrebbe imitare gli anni d’oro: i Depeche Mode suonano i Depeche Mode. E va tutto bene

Spirit, il ritorno dei Depeche Mode e la lotta per un mondo migliore

Depeche Mode
Spirit
(Columbia)
Non c’è niente di nuovo nell’ultimo album dei Depeche Mode. O meglio, il nuovo è nelle tematiche, poco meno nella musica. Dall’alto della loro quarantennale – quasi – carriera, e dopo tredici lavori discografici in studio, i Depeche Mode tornano sulle scene con Spirit e la pretesa di aggiungere un tassello all’ideale soluzione dei mali del mondo, ma anche consapevoli dei punti forti che li hanno consolidati negli anni quale la più grande band pop elettronica.
Spirit arriva a quattro anni dal suo predecessore e lo fa anticipato da un singolo, Where’s the revolution che la dice tutta sul resto del lavoro. Where’s the revolution ha un testo arrabbiato, che si chiede che fine abbiano fatto tutti gli ideali di rivoluzione di cui il mondo era carico, tralasciati lungo la strada fino a qui, quando c’è ancora tanto da fare e per cui reagire. Nulla di particolarmente intrigante, però: sono i Depeche Mode che suonano i Depeche Mode.
Del resto anche la copertina – abbiamo decisamente visto di meglio – a opera del solito Anton Corbjn dice che nulla è cambiato: Goin’ backwards con cui si apre Spirit, è proprio una campanella d’allarme per chiunque, all’ascolto. Stiamo tornando indietro a dispetto delle tecnologie, è il lamento di Dave Gahan.
The worst time, dal canto suo, conferma quanto già detto: è una sorta di ballata, in realtà molto in stile Depeche Mode, senza guizzi particolari, dall’aspetto di un compitino ben eseguito. E ci mancherebbe che non lo fosse, al quattordicesimo album. Scum e You move sono al contrario forse i momenti più interessanti: i bassi, il synth, le tastiere e le chitarre convivono a dispetto dei testi, astiosi, anche se portano avanti temi diversi dal resto dell’album.
Cover me ed Eternal sembrano essere, lenti, dei brani di transito dai precedenti alla parte più interessante del disco: l’industrial Poison heart è forse la canzone più bella, in cui gli effetti non si lasciano desiderare. I Depeche Mode, quelli veri, quelli che vorremmo ascoltare sempre sono quelli di So much love, che vanta un’apertura con percussioni elettroniche mica male. Non si può dire lo stesso per Poorman, netto contraltare con la canzone precedente. Si arriva presto alla chiusura di Spirit, secondo molti un album politico, il più politico dei Depeche Mode: se la attualità contemporanea si presta a fornire in quanto a tensioni e delusioni materia di scrittura, questo non significa che Gahan e soci si siano votati all’utilità sociale. Anzi.
La chiusura, senza trascurare un po’ di nostalgia anni ’80 con No more (This is the last time), con bassi convincenti, è affidata a Fail, la traccia più arrabbiata di tutte, la più appassionata.

Line up
Dave Gahan, voce
Martin Lee Gore, chitarra e tastiere
Andrew Fletcher, tastiere e basso

Tracklist
Goin’ backwards
Where’s the revolution
The worst time
Scum
You move
Cover me
Eternal
Poison heart
So much love
Poorman
No more (This is the last time)
Fail

 

Siamo un gruppo di giovani giornalisti con la passione per tutto ciò che è bellezza. Musica, arte, cinema, teatro, letteratura: è un elenco che in realtà potrebbe essere infinito.

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