Connect with us

Mi limitavo ad amare te, il romanzo di Rosella Postorino

Cultura

Mi limitavo ad amare te, il romanzo di Rosella Postorino

Il suo “Mi limitavo ad amare te” è tra i finalisti dello Strega 2023, ma lei – che a quel premio letterario era già arrivata in finale con il suo primo romanzo, “La stanza di sopra” (2007) – ha ammesso di aver aspettato il precedente e quarto romanzo “Le assaggiatrici” che le ha fatto ottenere il Premio Campiello nel 2018, per definirsi “una scrittrice”. Il che la dice lunga su Rosella Postorino in un’epoca in cui ci si autodefinisce giornalisti per qualche post sui social, esperti di cultura dopo aver visto un paio di vernissage e romanzieri navigati dopo un’auto-pubblicazione. Sì, l’editor di Einaudi, reggina di nascita – e di carattere -, cresciuta in Liguria e oggi adottata da Roma, è semplice, non si nasconde dietro un dito ed è spietata soprattutto nei confronti di se stessa: ieri sera, per la presentazione al pubblico catanzarese della sua ultima fatica letteraria – e mai termine fu più appropriato, ascoltando il racconto della lunga genesi di “Mi limitavo ad amare te” -, al numeroso pubblico del complesso monumentale San Giovanni ha raccontato senza esitazione il suo essere terrona e il suo guardare alla propria terra come una terronia, appunto. Ci pensarono dei suoi colleghi universitari, pugliesi, a farla ravvedere: «Mi chiesero come mai usassi quel termine, non ci trovavo nulla di male. Poi capii che il mio era un processo di sottomissione, vivevo l’idea di dover pagare un pegno, in qualche modo».
Introdotta da Nunzio Belcaro, dopo i saluti dell’assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro Donatella Monteverdi, Postorino ha infatti ammesso di aver fatto pace con la sua calabresità relativamente tardi: «Ho sentito il bisogno di una rivendicazione – ha affermato -, per dimostrare che sono io e basta, non quella categoria che voi dite che siamo». La catalogazione, del resto, è un tema che allontana con forza, anche nei suoi libri, soprattutto nell’ultimo: gli emigrati, i rifugiati, i terroni, sono categorie, nulla di più. Sono le storie individuali che invece interessano alla Postorino: «Ho letto online di questi bambini che a Sarajevo venivano affidati a delle strutture perché i genitori non riuscivano a mantenerli, ma con i quali spesso continuavano a mantenere un rapporto. Nel caos della guerra – il libro è ambientato negli anni del conflitto jugoslavo scoppiato nel 1991, ndr – questi bambini sono stati trasferiti momentaneamente in Italia, ma né loro né i loro genitori sapevano gli uni degli altri, se fossero ancora vivi e dove».
Postorino ha raccontato del suo attaccamento morboso alla propria madre – ammettendo anche di litigarci almeno una volta al giorno -, e della sensazione, ancora viva, del distacco sofferto quando cominciò ad andare a scuola: «Questi bambini hanno perso tutto per salvare la propria vita – ha affermato riferita ai piccoli jugoslavi raccontati anche nel libro -. Ma mi sono chiesta che vita è se perdi tutto, compresi i tuoi genitori». Del resto, come Postorino e come chi scrive, quei ragazzini, e anche Danilo, Nada e Omar, i protagonisti del libro, in quegli anni erano appena adolescenti «portavano i Levi’s 501, avevano i nostri stessi gusti musicali – “Lemon tree” dei Fools garden è stata ricordata più volte nel corso dell’incontro, ndr -, ma la loro vita era stata spezzata solo perché stavano dall’altra parte dell’Adriatico».
Va detto che non sono solo la guerra e la separazione i temi di questo “Mi limitavo ad amare te”: «È una storia di formazione, di guerra, di amore e sostanzialmente di un legame tra tre ragazzini che si salvano l’uno con l’altro – ha detto l’autrice -. Questo legame è l’esperienza formativa del loro riuscire a diventare grandi, nonostante tutto». Un romanzo corale, lo ha definito, in cui trova posto anche una riflessione sul «silenzio di Dio, che è in fondo un’assenza – ha spiegato -. Non è un problema di guerra e morte, perché la vita contempla in quanto tale la presenza del dolore e della fine. È la perdita di chi ami, invece, che è insopportabile. È il paradosso della vita che già nella maternità ha bisogno dello strappo, della separazione, del dolore, per esistere».

Print Friendly, PDF & Email
Continua a leggere
Potrebbero interessarti...
Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altro in Cultura

To Top