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Cecilia Faragò, al Politeama l’ultima “magara” della storia

Teatro

Cecilia Faragò, al Politeama l’ultima “magara” della storia

La storia di Cecilia Faragò è una storia comune a molte donne sia degli anni del 1700, quelli in cui Cecilia viveva, sia dei nostri giorni. La vera colpa di Cecilia Faragò è quella di essere una donna pensante, consapevole della propria identità e della propria necessità di autonomia rispetto a una società che la vorrebbe sposata, fedele al marito anche dopo la morte di quest’ultimo, tutta casa e chiesa. E invece lei è un’abile conoscitrice delle erbe mediche, nonché ereditiera di un ingente patrimonio che, no, una donna non può assolutamente amministrare. La sua storia, partendo dal processo a suo carico con l’accusa di stregoneria è il motore dello spettacolo “L’ultima magara” che Confine Incerto ha presentato ieri sera sul palcoscenico del Teatro Politeama per la prima serata della rassegna del progetto PRO.S.A., organizzato dalla Fondazione insieme a Teatro Del Grillo e Dracma Teatro.

Protagonista in scena l’attrice e regista Emanuela Bianchi, “L’ultima magara” è il frutto di una sua lunga ricerca nell’Archivio storico della città e sui vari scritti disponibili in merito proprio al processo per stregoneria alla Faragò, avvenuto nell’allora Regno di Napoli – la Faragò era di Soveria Simeri -, ultimo procedimento legale in merito nei confronti di una donna, nella storia.

Lo spettacolo di Confine Incerto è un monologo che racconta non solo dal punto di vista della stessa Faragò, ma anche dal punto di vista dei suoi compaesani la vicenda di questa donna, vedova con due figli maschi, di cui uno scomparso prematuramente e un altro diventato prete. E proprio con l’appoggio di quest’ultimo e con la sua acquisizione della salvezza eterna – come se si trattasse di una comune compravendita -, chi aveva il potere nelle province, i rappresentanti del clero, tentarono di mettere mano sulle proprietà di cui la Faragò disponeva alla morte del marito e per farlo l’accusarono appunto di stregoneria. Cecilia Faragò decise quindi di farsi difendere da Giuseppe Raffaeli, un giovane avvocato catanzarese, appena ventenne – sottoponendosi così ad ulteriori dicerie e maldicenze -, che però si rivelò scevro da ogni condizionamento, e riuscì a farla scagionare dimostrando quanto la donna fosse, in realtà, troppo moderna e consapevole per i suoi tempi.

Il lavoro teatrale di Emanuela Bianchi racconta questa storia enfatizzando gli aspetti ancestrali, in qualche modo selvaggi, della figura di Cecilia Faragò, ottimizzando anche un palcoscenico molto ampio come quello del Teatro Politeama, che non sembrava più così vasto a fronte di un “semplice” monologo.  Bianchi ha ben saputo occupare lo spazio con pochi elementi naturali ma di grande effetto: della terra, delle pietre, delle candele accese e dei tronchi di albero, ma anche delle bande elastiche, molto care all’attrice e autrice.

La performer ha saputo giocare, con queste, sull’equilibrio con cui doveva giostrarsi Cecilia Faragò per evitare di urtare la suscettibilità dei suoi concittadini: Emanuela Bianchi camminava sull’elastico quasi come se fosse su una fune sospesa, e allo stesso tempo le bende erano qualcosa che la sorreggevano ma al contempo la imbrigliavano. Una soluzione che scenicamente ha funzionato molto e che si è prestata a dare un notevole contributo anche ai vari personaggi, comprese le pettegole del paese, che Bianchi ha interpretato nel corso dello spettacolo.

Con una scena molto buia, illuminata da pochissime candele, “Cecilia Faragò, l’ultima magara” è uno spettacolo fatto molto di atmosfera che ben sa far leva su quell’accento magico e primordiale proprio del femminino: il pubblico del teatro Politeama lo ha apprezzato e lunghissimi sono stati gli applausi conclusivi, per un lavoro che è arrivato a Catanzaro dopo numerose piazze, prima fra tutte quella del 2014 al Roma Fringe Festival, quando ha vinto il premio della critica Gaiaitalia.

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